I sequestrati di Milano

Sedici dicembre 1983. Sul Corriere della Sera veniva pubblicato un articolo dell’avvocato Guido Rossi dal titolo “Stato di diritto e eggi d’emergenza”. Nel suo fondo, Rossi scriveva: “Pur in regime d’emergenza, la cosiddetta carcerazione preventiva può essere applicata solo come mero strumento istruttorio ed entro limiti temporali strettissimi”. Un articolo fieramente garantista, in cui si denunciava il fatto che “il rapporto libertà-detenzione si è progressivamente distorto. Si discute, infatti, di ‘carcerazione preventiva’ e di ‘libertà provvisoria’. di Emanuele Boffi
10 AGO 20
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Sedici dicembre 1983. Sul Corriere della Sera veniva pubblicato un articolo dell’avvocato Guido Rossi dal titolo “Stato di diritto e leggi d’emergenza”. Nel suo fondo, Rossi scriveva: “Pur in regime d’emergenza, la cosiddetta carcerazione preventiva può essere applicata solo come mero strumento istruttorio ed entro limiti temporali strettissimi”. Un articolo fieramente garantista, in cui si denunciava il fatto che “il rapporto libertà-detenzione si è progressivamente distorto. Si discute, infatti, di ‘carcerazione preventiva’ e di ‘libertà provvisoria’. Ma prima della sentenza di condanna è la carcerazione preventiva che deve essere considerata provvisoria. La libertà provvisoria, in quanto tale, non può e non deve mai essere ritenuta provvisoria, poiché ‘l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva’ (articolo 27 della Costituzione)”.
Dieci anni dopo, nel mezzo dell’annus horribilis di Tangentopoli, il 4 marzo 1993, Rossi ritornò con un’intervista su quelle parole, riconfermando quanto scritto due lustri addietro (“la carcerazione preventiva, a volte, si è trasformata in una vera e propria pena”) e constatando come nell’arco di un decennio la situazione fosse rimasta “più o meno la stessa”.
Quasi vent’anni dopo, cosa è cambiato? Laconicamente dobbiamo registrare che la situazione è ancora più o meno la stessa. “Nei miei corsi universitari – racconta Luciano Violante al Foglio – leggo l’ultima lettera di Gabriele Cagliari. Per chi come me si occupa di giustizia, quello è un documento da tenere sul tavolo. Rispetto ai tempi di Mani pulite vedo una differenza: è caduta l’immunità dei colletti bianchi. E’ venuto meno il tema di Tangentopoli. Oggi, quando qualcuno casca nella custodia cautelare, c’è più mobilitazione. Quel che mi rincresce è che ci sia una ‘corporativizzazione del sentimento’, se così posso dire. Cioè che ci si mobiliti per gli aderenti alla propria cerchia, dimenticandosi dei ‘senza voce’”. Secondo Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia e autore con Giuliano Pisapia di un bel libro (“In attesa di giustizia”) che alla carcerazione preventiva dedicava un capitolo, “un cambiamento, rispetto a quella stagione, c’è stato, almeno quantitativamente. Allora avevamo esagerato. Qualitativamente, tuttavia, mi rimane qualche dubbio. Ancora oggi mi pare che certe carcerazioni avvengano per ‘far collaborare’. E’ un discorso sottile, che sottende un’ipocrisia. Quando parli significa che sei pentito, quindi collabori, quindi puoi essere rimesso in libertà”. Formalmente, spiega Nordio, un tale comportamento ha tutti gli strumenti giuridici per essere giustificato, ma è evidente che si tratti di una prassi sull’orlo del precipizio, in cui è facile cadere in dichiarazioni rese solo per evitare un ulteriore periodo di detenzione. “La verità che bisognerebbe avere il coraggio di evidenziare è che la custodia cautelare è un male necessario, che cozza con la presunzione d’innocenza. Solo in caso di flagranza di reato, e per rispondere al quarto comma non scritto – e cioè che bisogna placare l’allarme sociale – mi sentirei di dire che è una scelta obbligata. Ma per il resto dei casi, cioè quelli basati su indizi, deve valere la presunzione di innocenza. La custodia cautelare deve essere l’eccezione. Oggi, invece, se ne fa un uso non voglio dire improprio, ma certamente esagerato”.
I numeri relativi alla carcerazione preventiva in Italia rispecchiano la drammaticità di quelli del pianeta carceri. Circa 67 mila detenuti stanno stipati in penitenziari che ne potrebbero contenere 45 mila. Il 42 per cento di coloro che sono dietro le sbarre è in attesa di giudizio (il doppio della media europea) e ben 13 mila sono le persone ancora in attesa del primo. Se viene confermato il trend attuale, la metà di coloro che si trovano oggi in custodia cautelare risulterà, infine, innocente. Questo è uno dei motivi, tra gli altri, che ha spinto recentemente un centinaio di costituzionalisti a scrivere una lettera aperta al presidente della Repubblica in favore dell’amnistia per mettere fine, “con prepotente urgenza”, a una palese situazione di illegalità.
Circostanza che, come documentato da una ricerca presentata giovedì in Parlamento dal massmediologo Klaus Davi (“Allarme carceri italiane: tra luci e ombre, l’immagine dei nostri penitenziari sulla stampa estera”), inizia a trovare spazio anche sui quotidiani stranieri, che girano il coltello nella piaga delle nostre carenze, rilevando vizi noti: le pessime condizioni delle nostre strutture, il sovraffollamento, l’eterna mancanza di fondi, i tempi biblici per arrivare a sentenza e, più in generale, un cattivo funzionamento della macchina giudiziaria, anche per l’anomalo ricorso a pentiti e intercettazioni. “In ogni caso – chiosa Violante – rispetto al passato, per quanto riguarda i detenuti in carcerazione preventiva, i numeri si sono abbassati. Carceri, custodia cautelare e processo penale. E’ tutto il sistema che va cambiato”.
Nel frattempo, di custodia cautelare si discute soprattutto per quel che riguarda casi celebri. Come quello di Dario Mora detto Lele, attualmente detenuto nel carcere di Opera. Mora è stato arrestato il 20 giugno 2011 per bancarotta. E’ stato in custodia cautelare fino a marzo, poi ha patteggiato quattro anni e tre mesi. In cella, mentre attende gli sviluppi su altri suoi procedimenti (Ruby e altri episodi di bancarotta), “legge, risponde alle lettere, cura un piccolo orto”, racconta al Foglio il suo avvocato, Gianluca Maris. E’ dimagrito cinquanta chili, “non vuole strumentalizzare le proprie condizioni di salute, ma certamente si trova in una situazione di grave disagio”. Sebbene oggi rifugga qualsiasi posa vittimista (“Mi dice: ‘Sono stato scemo’”), è oggettiva la sua condizione di difficoltà cui una detenzione domiciliare potrebbe dare un qualche sollievo.
Così come i domiciliari invoca un altro detenuto, celebre più per il suo nome che per i suoi lineamenti (per mesi sono circolate sui quotidiani e sui siti internet fotografie non sue). Si tratta di Piero Daccò, fino a prova contraria un “innocente incensurato”, per usare la definizione del governatore lombardo Roberto Formigoni. Daccò oggi si trova detenuto in custodia cautelare sempre a Opera ed è in carcere ormai da otto mesi, raggiunto da due diversi ordini, il secondo recapitato a un paio di mesi dal primo. Le accuse nei suoi confronti sono riconducibili alle ormai note vicende degli ospedali San Raffaele e Maugeri. A settembre saprà se sarà condannato a 5 anni e 4 mesi per il primo dei suoi processi (bancarotta) e oggi attende silenziosamente in cella di conoscere il suo destino. Attorno al suo nome, intanto, però, è battaglia con il quotidiano scontro tra il governatore lombardo e i giornali il Fatto e Repubblica. Una lotta fatta a colpi di pubblicazioni di verbali secretati, fiammeggianti conferenze stampa per denunciare “palesi falsità, trasfigurazioni del vero e violenza espressiva” (così Formigoni), elenchi – con tanto di sgangherate fotogallery sul Web – di yacht, ville, vini pregiati, auto di lusso. “Oggi Daccò sconta – dichiara al Foglio il suo avvocato Giampiero Biancolella – una carcerazione preventiva particolarmente severa. C’è stato un rigetto delle istanze di scarcerazione confermato dal riesame, ma mi chiedo se la detenzione possa essere ancora giustificata. Il clamore e la risonanza del suo caso rendono inimmaginabile che qualcuno possa riferirsi a lui o che possa reiterare il reato. Non vedo anche come si possa pensare, dopo il sequestro dei suoi beni, che possa fuggire o inquinare prove, dato che tutto è stato acquisito e documentato. Anzi, è stato lo stesso Daccò a far rientrare dalla Svizzera i documenti necessari. Perché, dunque, non gli si dà la possibilità di essere giudicato a piede libero?”. A febbraio una sentenza della Cassazione ha annullato la prima ordinanza sulla misura cautelare relativa alle vicende legate al San Raffaele, “perché – spiega Biancolella – Daccò non può essere considerato un amministratore ‘di fatto’ dell’ospedale”. Oggi è in cella, preoccupato soprattutto per la sorte dei suoi familiari. E continua a dichiararsi innocente.
Anche il suo socio, Antonio Simone è in custodia cautelare. Si trova nel carcere di San Vittore a Milano dal 13 aprile. Ha festeggiato 58 anni pochi giorni dopo l’arresto, motivato da contestazioni di reati ancora legati alla vicenda Maugeri. Politico democristiano, era già stato arrestato nel 1994 e aveva scontato un mese in detenzione preventiva, uscendo poi assolto – in un solo caso per prescrizione – da tutti i processi celebrati negli anni successivi. Anche Simone si professa innocente e lo fa pubblicamente, scrivendo, dall’11 maggio e al ritmo di una missiva al giorno, lettere che sono pubblicate sul sito del settimanale Tempi. Proprio Tempi Simone contribuì a fondare in quella primavera del ’94 mentre si trovava già dietro le sbarre, rispondendo con un epigrammatico “ci sto” alle richieste dell’allora e attuale direttore Luigi Amicone. In una delle sue ultime lettere, Simone ha scritto di “sentirsi prigioniero della politica” e di essere in carcere “perché ai pm non dico ‘tutto’, cioè non confermo le loro ipotesi accusatorie”. Simone ha fatto esplicito riferimento al suo coinvolgimento con Formigoni – con cui è amico d’antica data e condivide l’esperienza ciellina – mettendo nero su bianco il seguente interrogativo: “Tutto questo perché non accuso Formigoni, né Lucchina e tantomeno altri funzionari della sanità? Se lo facessi, avrei detto ‘tutto’ e potrei andare a casa?”.
Le parole di Simone hanno avuto una certa eco, tanto che una trentina di parlamentari del Pdl hanno presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia affinché “promuova gli opportuni accertamenti in ordine alla fondatezza della narrazione di Antonio Simone e assuma tutte le iniziative del caso”. Si è anche chiesto di verificare “la fondatezza di tali affermazioni per evitare anche il rischio più remoto che si possa riproporre, a venti anni di distanza da Mani pulite, il fenomeno dell’uso della custodia cautelare in carcere come strumento deviante di acquisizione della prova”.
Chi sta facendo quotidiana battaglia sugli abusi della carcerazione preventiva è l’onorevole pidiellino Alfonso Papa. Non solo, come noto, per ragioni personali – Papa è stato tre mesi a Poggioreale in una custodia cautelare poi dichiarata nulla dalla Cassazione – “ma anche per ragioni d’antica data. Da magistrato – precisa al Foglio – vi sono ricorso solo quattro volte, e sempre per delitti di sangue”. Papa ha presentato una proposta di legge per modificare alcuni articoli del codice di procedura penale affinché “essa diventi l’extrema ratio cui ricorrere. La custodia cautelare priva un essere umano del suo bene più prezioso dopo la vita, e cioè la sua libertà”. Il deputato è molto netto nel denunciare la metamorfosi di uno strumento di tutela delle indagini in un “mezzo ordinario di anticipazione della pena nei confronti di presunti innocenti”.
L’iniziativa di Papa è confortata da alcuni dati di fatto che dovrebbero sollecitare, su diversi fronti, le forze politiche. La Commissione europea ha più volte esortato tutti gli stati membri a limitare l’uso della custodia cautelare. Nel 2011 l’Italia ha dovuto prelevare dalle proprie casse 46 milioni di euro per risarcire chi era finito ingiustamente in cella. La recidiva, a sette anni dalla conclusione della pena, è del 68,4 per cento per chi ha scontato i suoi debiti in cella e solo del 19 per chi ha usufruito di pene alternative.
Su questi numeri e su queste basi, Papa ha presentato la sua proposta di legge per le modifiche degli articoli 275, 303, 294, 310, 453 del codice di procedura penale affinché, schematizzando e in estrema sintesi, la durata complessiva della custodia cautelare in carcere non superi i sei mesi; gli interrogatori dei detenuti avvengano sempre alla presenza di un giudice; il collegio dell’appello del riesame non sia composto dagli stessi giudici del primo grado; il pm sia obbligato a chiedere il giudizio immediato entro trenta giorni dall’esecuzione della misura cautelare e debba richiedere la liberazione dell’indagato al fine di consentire una corretta espressione del diritto alla difesa; le persone sottoposte a custodia cautelare in carcere siano separate dai condannati in via definitiva. “E’ una battaglia di civiltà”, chiosa il deputato. “Bisogna cercare di limitare gli errori, anche quelli relativi a dichiarazioni rese dopo un periodo di detenzione. Possiamo considerarle confessioni spontanee? Non credo. Persino i giudici dell’Inquisizione furono portati a chiedersi quanto potessero essere attendibili le parole di persone prostrate da un periodo di tortura”.
C’è un ulteriore aspetto di cui tenere conto: la pressione esercitata dall’opinione pubblica, soprattutto in relazione a casi clamorosi. “Bisogna di nuovo scindere il discorso – dice Nordio. Il giudice deve valutare l’allarme sociale che provoca un individuo colto in flagranza di reato. In casi di delitti avvenuti alla luce del sole è chiaro che la custodia cautelare sia un atto dovuto”. Non è solo un modo per evitare la pressione pubblica o dei media e trovare una scorciatoia emotiva per vedere punito immediatamente il colpevole, “ma si tratta anche di preservare quello stesso da una possibile vendetta di ritorno”. Ma nei casi di personaggi la cui vicenda ha carattere solo indiziario, “la cautela del magistrato deve essere doppia, se non tripla”. Altrimenti dovremmo ammettere che la custodia cautelare o è una forma utilizzata per vincere la frustrazione dei magistrati che comminano anticipatamente oggi pene che forse domani non ci saranno, “oppure – fatto inammissibile – che sia solo un metodo per estorcere confessioni”.
A questo punto, però, non rimarrebbe che constatare che, quasi vent’anni dopo quella famosa intervista a Rossi, ancora oggi la situazione sia rimasta “più o meno la stessa”. E che dunque non si sbagliava Giuliano Vassalli quando diceva che “sempre di più, il giorno del processo, diventa per l’imputato, il giorno della libertà”.
di Emanuele Boffi